Terre di Ger | TERRE DI GER E IL FUTURO DEI VINI NATURALI – INTERVISTA A NICOLA BIASI
Terre di Ger, casa vinicola e vigneto, a Frattina di Pravisdomini (PN) - Italia
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TERRE DI GER E IL FUTURO DEI VINI NATURALI – INTERVISTA A NICOLA BIASI

Abbiamo incontrato Nicola Biasi al Merano Wine Festival: ci ha spiegato il suo punto di vista sulle PIWi e il lavoro di ricerca che sta portando avanti con Terre di Ger.

 

Nicola, spiegaci cosa sono le PIWI.

Le PIWI non sono altro che varietà di vitis vinifera come tutte le altre, non hanno nulla da invidiare a quelle tradizionali. Ciò che le differenzia è un fattore molto importante: l’alta resistenza alle malattie. Questo naturalmente non significa che ne siano totalmente immuni.
Tutto dipende dalle condizioni climatiche delle aree di interesse: in certe zone con poche piogge e una ventilazione perfetta si può persino arrivare a zero trattamenti mentre in altre meno favorevoli se ne possono fare tre o quattro, questo contro i 15-20 tradizionali. Dal punto di vista della sostenibilità questo porta chiaramente un grande beneficio, producendo automaticamente meno anidride carbonica e riducendo drasticamente il consumo dell’acqua. Se mediamente vengono usati 400 litri d’acqua per ciascun trattamento, si può parlare di 6000-7000 litri risparmiati in un anno, che nel periodo di desertificazione che stiamo vivendo sono un contributo importante per il pianeta. Con le conoscenze agronomiche ed enologiche che abbiamo oggi, ognuno di noi può fare la propria parte per preservare l’ambiente e il territorio: è un nostro dovere.

Dai vitigni resistenti si può produrre vino buono?

Sì e ci sono le prove. Al di là dei falsi miti sui vini naturali, posso affermare che è assolutamente possibile fare vini di ottima qualità con viti resistenti. A dire la verità – come si può vedere qui al Merano Wine Festival – lo si sta già facendo e il fatto che una manifestazione così importante stia riconoscendo il valore delle PIWI è una dimostrazione che siamo sulla strada giusta. C’è una corrente di pensiero che dice che dai vitigni resistenti si fanno vini cattivi ma è falsa, probabilmente si tratta di una convinzione che risale ai primi esperimenti con queste varietà, quando ancora non c’erano le tecnologie e le conoscenze necessarie per vinificarli nel modo giusto. Una cosa che oggi non ci manca e che ci ha fatto fare un grandissimo salto qualitativo rispetto al passato.

Cosa pensi dei produttori che investono nei vitigni resistenti?

Ho un profondo rispetto per loro perché sono persone che ci credono fermamente, investono soldi per seguire una strada che non è la più facile, anzi: un produttore che pianta viti resistenti spende il doppio di chi pianta un vigneto normale perché le barbatelle costano molto di più. Inoltre, non solo si fa un grande investimento in fase di impianto ma anche successivamente nella fase di comunicazione: serve infatti maggior sforzo per far conoscere le varietà al consumatore.
Chi compie questa scelta di sicuro non lo fa per cavalcare un’onda, quella dei vitigni resistenti non è una moda, piuttosto una corrente di pensiero che fortunatamente sempre più imprenditori stanno seguendo, mettendosi in gioco in prima persona per portare avanti un progetto di vinificazione realmente sostenibile e fare del bene all’ambiente.

Su che tipo di vino bisogna puntare per commercializzarlo nella maniera giusta?

I vini da viti resistenti dovrebbero sempre essere collocati in una fascia alta di mercato: se produci un vino base, di certo non funzionerà. Questo perché, nella grande distribuzione, andrebbero a competere con vini prodotti con varietà molto più conosciute. Al supermercato il consumatore non troverà nessuno che gli spieghi le caratteristiche di un Bronner o uno Johanniter, perciò, automaticamente, metterà nel suo carrello un vino che gli dia più sicurezza, come uno Chardonnay, per esempio. Se invece puntiamo su vini di fascia alta è fisiologico che vadano nelle enoteche o nei ristoranti dove è più possibile che ci sia un sommelier che riesca a trasmettere i valori e la filosofia di quel vino al consumatore finale.
Per questo dobbiamo lavorare sia in vigneto che in cantina per produrre vini importanti.

Spiegaci che tipo di lavoro stai facendo con Terre di Ger.

E’ un progetto di sperimentazione ma parliamo di una sperimentazione concreta e razionale. Robert Spinazzé in primis crede moltissimo nel futuro delle PIWI e a Terre di Ger abbiamo piantato diversi ettari di vigneti con l’intenzione di aggiungerne presto altri quindici nel Bellunese.
Io sto seguendo tutta la parte enologica, concentrandomi naturalmente sui vigneti resistenti, con l’obiettivo di fare vini della migliore qualità possibile, con una bevibilità importante, e allo stesso tempo valorizzando al massimo il nostro territorio. Infatti credo fermamente che il vitigno sia un potente mezzo per esprimere il massimo del potenziale che il suolo ha. I vitigni resistenti ci aiutano anche in questo, a “vendere” il territorio e a valorizzarlo perché puntare sul vitigno non è mai vincente, tutti i grandi vini vendono il territorio.
Abbiamo fatto quindi un lavoro minuzioso e importante per capire quali varietà si adattassero al Friuli, questo tramite l’analisi dei terreni e assaggiando moltissime volte le micro vinificazioni dei vivai per capire ciò che poteva esprimersi al meglio sulla nostra zona.

Non abbiamo la verità in mano ma stiamo facendo il percorso più logico che ci permetta di fare meno errori possibili e di trovarci in cantina con tutti vini buoni per poi trovare, tra i migliori, il prodotto d’eccellenza.

Parlaci del Limine e di El Masut

Sono i nostri due vini di punta.
Il Limine è fatto prevalentemente in acciaio con una piccolissima parte di legno, proprio perché la nostra zona ci regala uve che maturano facilmente e, in questo caso, l’uso eccessivo della barrique appesantirebbe il vino, facendogli perdere di conseguenza la freschezza e le caratteristiche del territorio.

El Masut invece è il nostro rosso importante, da lui ci si aspetta colore e struttura, due caratteristiche che senz’altro abbiamo. Nel suo caso, però, abbiamo usato le barrique per equilibrare il prodotto finale. Si parte infatti da vini molto ricchi e con molto tannino, prodotti con uve mature che occorre bilanciare con il legno.

Per entrambi, il nostro filo conduttore rimane la bevibilità e complessità. Il nostro obiettivo finale è quello di avere un vino buono e piacevole, del quale, dopo averlo assaggiato, si ha voglia di bere un secondo bicchiere.

Qual è il tuo sogno per il futuro delle PIWI?

Sono sicuro che gli imprenditori che abbracceranno questa strada saranno sempre di più. Il mio sogno per il futuro delle varietà resistenti è quello che siano ammesse nelle DOC (ad oggi sono ammesse solo negli IGT) perché per il consumatore finale sarebbe un’autentica garanzia. E’ un passo importante ma io sono fiducioso e ci arriveremo: qualitativamente i vini sono buoni – anzi ottimi – ma come in tutte le cose ci vuole tempo.
Per quanto riguarda Terre di Ger invece, mi piacerebbe che in futuro la cantina, pur continuando a mantenere i vitigni tradizionali, facesse il 60-70% di produzione da vitigni resistenti.
Ciò che è veramente importante è tenere sempre puntati i riflettori su questa realtà e che i produttori seguano la strada della qualità. Per raccogliere i frutti di questi sforzi bisogna avere pazienza ma le PIWI fin qui ci hanno già dato molte soddisfazioni.

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